Prima di mettervi in movimento, a cavallo della vostra moto, riflettete sulla genesi di quell’irrefrenabile impulso di viaggiare che caratterizza un po’ tutti i biker. Potreste scoprirvi più importanti di quanto crediate.

La Wanderlust indica il desiderio di andare altrove, di andare oltre il proprio mondo, di cercare qualcos’altro: un desiderio di esotismo, scoperta e viaggio. Può riflettere un’intensa voglia di autosviluppo personale attraverso la scoperta dell’ignoto, affrontando sfide impreviste e conoscendo culture e stili di vita sconosciuti. Può essere guidato anche dal desiderio di fuggire e lasciarsi dietro sentimenti depressivi. Durante l’adolescenza, l’insoddisfazione dovuta alle restrizioni vissute in casa o nella propria città possono alimentare questo desiderio di allontanarsi e viaggiare.

Robert Park vede nella Wanderlust un rifiuto delle convenzioni sociali. Per Alain Montandon, il concetto corrisponde “…al richiamo delle persone lontane, di ciò che è al di là del presente e del mondo reale, e questo vagabondaggio estetico prende la forma di una fuga dal mondo nella speranza di un risarcimento.”

Il cavaliere errante è una figura della letteratura cavalleresca medievale. L’aggettivo “errante” (cioè viaggiatore, girovago) indica l’impulso del cavaliere ad una vita errabonda, alla ricerca di avventure, solitamente per dimostrare il proprio valore.

La dromomania (dal greco δρόμος (dromos), “corsa”, e μανία (mania), “ossessione”, ossia “ossessione del viaggio”) o poriomania è la tendenza nevrotica ossessiva a camminare senza una meta precisa. Può anche manifestarsi sotto forma di fughe improvvise.

Presente in alcuni soggetti anoressici, epilettici e schizofrenici. Il dromomane, in buona sostanza, vede nel camminare un modo per liberare la propria mente da tutti i pensieri che lo affliggono, egli spesso rinuncia a molte cose per perseguire la sua mania e tende a vivere una vita isolata.

Un pellegrinaggio  è un viaggio compiuto per devozione, ricerca spirituale, o penitenza, verso un luogo considerato sacro.

Il termine proviene dal latino peregrinus, da per + ager (i campi), dove indicava colui che non abita in città, quindi lo straniero, ovvero qualcuno costretto a condizioni di civilizzazione ridotta. La definizione di pellegrinaggio indica un particolare tipo di viaggio, un andare finalizzato, un tempo che l’individuo stralcia dalla continuità del tessuto ordinario della propria vita (luoghi, rapporti, produzione di reddito), per connettersi al sacro.

Il suo uso successivo invece – il nostro – implica una scelta. Chi parte in pellegrinaggio non si trova ad essere, ma si fa straniero e di questa condizione si assume le fatiche e i rischi, sia interiori che materiali, in vista di vantaggi spirituali – come incontrare il sacro in un luogo lontano, offrire i rischi e i sacrifici materialmente patiti in cambio di una salvezza o di un perdono metafisici – e perché no anche materiali, grazie alle avventure e occasioni che, strada facendo, non possono mancare.

Attualmente la diminuzione dei tempi, dei rischi e dei costi di viaggio, nonché la desacralizzazione delle culture, fanno sì che la categoria culturale del pellegrinaggio sia ormai sempre più intrecciata con quella del turismo di massa, del quale viene anzi spesso considerata una specie di sottoclasse, almeno dagli operatori economici del settore